Quello che fa la differenza è la voglia di futuro, sia in chi parte, sia in chi resta. Così come in chi torna, dopo essere partito. Restare e tornare non sono gesti di immobilismo o di nostalgia. Sono una scelta, quindi una visione. Non di rinuncia, ma di costruzione, anche di ricostruzione.
Restanza e tornanza sono due parole che custodiscono una possibilità: quella di immaginare un futuro a partire da ciò che siamo, nei luoghi che ci hanno formato.
La restanza, come l’ha definita l’antropologo Vito Teti, non è una condizione statica. È un atto di resistenza e cura. Restare nei territori non significa restare indietro, ma assumersi la responsabilità di prenderli per mano. È una scelta quotidiana che tiene insieme radici e orizzonti, memoria e progettualità.
La tornanza, invece, è un movimento affettivo e politico. È il ritorno di chi ha vissuto altrove e sceglie di riportare il proprio bagaglio – di esperienze, competenze, desideri – nei luoghi originari. Tornare è un processo di reinvenzione, non di replica. È il desiderio di contribuire a una nuova fioritura partendo dal conosciuto. Chi torna lo fa con occhi nuovi, ma con lo stesso cuore.
Il futuro nasce dove c’è il cuore.
Nei luoghi del cratere, dopo il terremoto del 2016, c’è vita e c’è cuore, per chi è rimasto, per chi è tornato o vuole tornare.
Restare o tornare non è solo una questione personale. È una questione di vita, quindi di comunità, di relazioni, di cultura. È il primo passo per dare vita alla ricostruzione.